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donna certo... ma unica... come tutte...

mercoledì, 08 ottobre 2008

La vita non è facile... ma proprio lì sta la sua bellezza!! certo che non sarebbe male se i problemi si mettessero buoni buoni in fila ad aspettare il loro turno, anziché esplodere tutti insieme... (pensiero pomeridiano di una "filosofa" (??) mai pentita, ma  a volte un po' stanca)

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mercoledì, 15 agosto 2007

quando si chiude una porta se ne apre un'altra.... ne sono sicura, anche se in questo momento vedo solo porte chiuse intorno.. nessuna delle possibilità che scaturiscono dai mille pensieri che affollano la mia mente sembra aver senso, non sembra esserci niente che mi interessi davvero... cerco di capire e sono nella confusione più totale... niente di grave, comunque: è solo un momento di svolta!

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giovedì, 24 maggio 2007

Dicono che l'amore sia una di quelle cose che non bisogna aver paura di dare: più ne dai e più ne ricevi, dicono... ma non dare amore a chi ha paura di perderlo: non lo ricambierà e te lo rimanderà indietro...

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giovedì, 19 aprile 2007

Amo la frutta in genere, ma con qualche preferenza. Ad esempio, non so resistere al fascino dell’arancia, che mi seduce con la sua forma rotonda e il provocante e allegro contrasto di colore: una palla dall’intenso arancione che non riesce a celarsi tra le lucenti foglie verdi! Così sfrontata all’apparenza, ma in fondo timida, quando oppone solo una lieve resistenza alle mani che un po’ alla volta la spogliano della sua veste profumata, scoprendo il suo rossore, e generosa, quando si offre morbida e succosa.

Ne sto gustando una adesso...

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mercoledì, 18 aprile 2007

Eri sempre stato un po’ strano, Tobia, fin da ragazzo.. uno spilungone dall’andatura dinoccolata e il viso dominato da un naso importante, che sembrava scolpito nel marmo. I tuoi occhi di un azzurro acquoso sembravano sempre guardare lontano, oltre le persone e le cose che avevi di fronte. Ma ciò che di te maggiormente colpiva erano i tuoi capelli, di un biondo rosseggiante e sempre un po’ lunghi e scomposti, che incorniciavano il tuo eterno pallore. Di te ho un ricordo vivido, come se l’episodio si fosse svolto solo ieri e non oltre trent’anni fa: eri nella nostra casa di un tempo, in cucina, seduto al tavolo a mangiare un panino insieme a mio fratello, che all’epoca era uno dei tuoi amici migliori. Ti guardavo dal corridoio, mi ero fermata ad osservarti perché c’era qualcosa di strano nel tuo modo di fare, qualcosa che mi aveva colpito subito, anche se non riuscivo a capire cosa fosse. E mi ci volle un po’ per realizzare che, per mordere il pane, non avvicinavi come tutti il panino alla bocca, ma lo tenevi stretto tra le mani appoggiate al bordo del tavolo e ti piegavi ogni volta, tu così alto, a staccarne un pezzettino. Eri un tipo originale, ma buono e simpatico anche se sembravi sempre con la testa altrove: non propriamente tonto, ma distratto da cose diverse, probabilmente più importanti e presente lì dov’eri solo per caso.  Ridevi molto, anche di te stesso, ma spesso te ne uscivi con osservazioni estremamente acute, come quelle di un bambino. Tra gli amici di mio fratello più grande eri quello che preferivo, forse perché a volte mi davi bada e mi coinvolgevi nei vostri giochi... un giorno, dicevi, mi avresti portato al ballo sul tuo cavallo nero!

Poi, non saprei dire perché, ad un tratto non ti avevo più visto per casa: le mie domande su dove fossi finito avevano ricevuto solo vaghe risposte e, com’è normale, un po’ alla volta di te mi era rimasto solo un lontano ricordo. Ma incontrandoti per caso, dopo un tempo infinito, ti avevo immediatamente riconosciuto: la stessa chioma rosseggiante, solo più corta e ordinata, lo stesso pallore e gli occhi sempre a guardare oltre. Solo che adesso, più che svagati, quegli occhi sembravano persi e vuoti.. tutta la tua persona aveva un che di spettrale e quella mano ossuta e grinzosa che ti stringeva il braccio – doveva certamente essere tua madre quella signora, alta e magra, con il tuo identico naso – sembrava volerti afferrare, ad evitare che scomparissi.  L’ho detto a mio fratello e son venuta a sapere che, quando al liceo eri stato bocciato,  ti eri isolato finendo nel tunnel della droga... e dovevi esserci finito ben dentro, perché la tua mente ne era rimasta devastata, irrimediabilmente perduta e inerte. Non ricordavi quasi nulla e, quel che era peggio, non ti importava più di nulla: un automa che rispondeva a monosillabi e che non c’era verso di scuotere. 

Ne avevo avuto subito l’impressione, ma ora ne sono certa: quello che ho incontrato non eri tu, Tobia, ma solo il tuo involucro.. tu mi sa che stai già galoppando altrove sul tuo cavallo nero e di me, di portarmi a ballare, ti sei dimenticato. 

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venerdì, 05 gennaio 2007

Non sono mai stata una casalinga modello: anche mia madre non lo è mai stata, aveva sempre molti interessi da curare fuori casa, ma soprattutto ha sempre avuto più attenzione per le persone che per le cose. Nei miei ricordi d’infanzia lei era lì, seduta intorno a un tavolo o per terra a giocare con noi. Con ciò non voglio attribuire al suo esempio il fatto che io non dedichi molte attenzioni alla mia casa, semmai voglio dire che anch’io, come lei, sto in casa davvero  poco tempo e quando ci sono preferisco interessarmi ai miei figli o curare la mia persona piuttosto che mettermi a riordinare. Del resto solo le incombenze quotidiane (cucinare, riassetare la cucina, lavare e stirare i panni, badare agli animali e alle piante) - indifferibili e indelegabili, purtroppo – assorbono così tnnto del mio tempo che di fatto non ho scelta. Tutto ha un limite, però, molto “concreto”, se così si può dire. Essì, perché il risultato di questo mio comportamento – facilmente immaginabile – è l’accumularsi di un disordine di proporzioni crescenti che si riesce a fronteggiare sempre con maggior fatica, finché ad un tratto qualcosa ti fa capire che non hai più scampo e devi intervenire. E’ esattamente ciò che mi è capitato in questi giorni con il ripostiglio di casa, dove da quando ci abito sono andata accumulando una quantità incredibile di oggetti di ogni tipo. Che la situazione fosse critica lo sapevo già da tempo, ma affrontarla era davvero un’impresa troppo ardua e finché ho potuto l’ho rimandata, ricomprando un sacco di cose che non riuscivo  più a trovare in quel caos o che, pur sapendo più o meno dov’erano, risultavano di fatto irraggiungibili, sepolte sotto cumuli disordinati di roba. Ho dovuto rassegnarmi quando i mucchi, diventati troppo alti e instabili, hanno iniziato a crollare quasi da soli. E così ho impiegato le vacanze natalizie a svuotare completamente il ripostiglio di casa, riportando alla luce felpe che erano sparite da anni, biberon dei ragazzi, manciate di monetine (lire), zaini e borse di ogni foggia, agende di oltre vent’anni fa, ecc... Ma soprattutto ci ho trovato quantità enormi di tovaglioli di carta, pellicola trasparente e fogli di alluminio, sacchetti per congelare, carta igienica, deodoranti per ambiente, lampadine, ecc. da poterci aprire un negozio e buste di plastica e per i surgelati con cui ho riempito quasi una decina di borse capienti. Di immondizie non vi parlo, ma certamente è una fortuna che qui da noi non si paghi la tassa in base alla quantità di rifiuti prodotti bensì in rapporto alla metratura dell’alloggio. L’opera non è ancora finita, ma si intravede la fine. Il vano è stato imbiancato e le varie cose suddivise e riordinate con criteri razionali (oggetti per il cucito, per la cura delle scarpe, per la macchina, lo stiro, la pulizia della casa...) raccogliendole in belle e grandi scatole variamente decorate per il momento impilate in attesa di essere collocate su ripiani ancora da comprare. Le ante della scarpiera possono finalmente aprirsi senza ostacoli e, avendo ricollocato un paio di mobiletti scarsamente utilizzabili in ripostiglio, è saltato fuori pure lo spazio per quel congelatore che da tempo meditavo di comprare ma non sapevo dove mettere. Un successone, insomma..

 

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martedì, 28 novembre 2006

Fuori era buio e freddo. Uscendo si rese conto che ne era contenta. Apparteneva a quella schiera di persone che non invidiava affatto quelli che “migravano” da un emisfero all’altro alla ricerca di un’estate senza fine. Lei si godeva ogni stagione, era convinta che, come la terra, anche l’uomo avesse bisogno di altenanza, di uscire e di godersi il tepore di una casa, di mare e sole e di montagne innevate.

Fuori il freddo era “zitto”, come dicevano dalle sue parti: niente ululati di vento o scrosci di pioggia, solo freddo e basta, in cui era piacevole indugiare quasi a gustarselo dopo il caldo eccessivo, quasi estivo, di quello strano novembre. La bora che aveva soffiato impetuosa nei giorni precedenti aveva rinfrescato l’aria e spazzato via, insieme al caldo, l’umidità che aveva avvolto la città in una fastidiosa nebbiolina.

Si sentiva a suo agio mentre camminava e sorrideva a quelli che incrociava per la strada, passanti frettolosi e intirizziti dalle gote accese. Lui l’aspettava in fondo alla via, proprio davanti al negozio di strumenti musicali nelle cui vetrine non mancavano mai di gettare un’occhiata curiosa, lei pianista volonterosa ma di scarso talento e lui appassionato chitarrista dilettante di grande temperamento.

Un bacio rapido a fior di labbra, un sorriso e via, di nuovo insieme, lungo le strade scintillanti di stelle natalizie. Lui le pose la mano sulla spalla e, mentre continuavano a camminare tra la folla serale, dopo un po’ iniziò ad accarezzarla sul collo. Subito, istintivamente, si ritrasse. La mano di lui era, al solito, calda e il tocco delicato, ma era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevano condiviso un momento di intimità e alla sua pelle lui era ridiventato estraneo.

Lo riconobbe all’istante quel riflusso. In quegli anni il loro rapporto non si era mai interrotto ma, per varie e ricorrenti circostanze, si era più volte allentato, riducendosi a un semplice scambio di telefonate e qualche cena al ristorante per lunghe settimane, a volte mesi. Lei, che ne conosceva bene le ragioni, ogni volta ne aveva preso atto, senza drammi, ma anche sempre con maggior fatica, dovuta ad una capacità di capire che non aveva alcuna intenzione di trasformare in comprensione.  In buona sostanza riteneva che si potesse cercare o quantomeno manifestare la voglia di mantenere una frequentazione più assidua, di cui lui, però, non sentiva il bisogno.

Così lei accettava la situazione e vi si adattava, attivando una serie di meccanismi di difesa che inibivano il desiderio fisico di lui fino ad annullarlo del tutto. Lui tornava ad essere il suo amico del cuore, mantenendo il suo ruolo di riferimento costante, ma i sentimenti che lei provava nei suoi confronti languivano e, per certi versi, si raffreddavano.

Finché, d’un tratto, lui ritornava a cercarla e a desiderarla di nuovo, come se il tempo non fosse passato, come avessero fatto l’amore solo il giorno precedente. Era già successo e ogni volta  ci aveva messo un sacco di tempo a recuperare l’intimità perduta. Non si trattava di sciocche ripicche, era il suo corpo che, spingendosi al di là della sua volontà percepita e dichiarata, si irrigidiva rifiutandosi di accoglierlo. Era stato spiacevole e a volte doloroso per ambedue, ma con pazienza e tanta voglia di continuare, soprattutto, finora erano sempre riusciti a ritrovarsi e a ritrovare la gioia di stare insieme. Questa volta, però, come sarebbe andata?

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sabato, 21 ottobre 2006

Stamattina ho incontrato un intoppo, nel senso che sono inciampata in una buca dell’asfalto e sono finita stesa a terra in mezzo alla strada. Per fortuna quella dove abito io è una stradina poco trafficata, altrimenti avrei potuto finire arrotata dalle macchine in transito.. Quando mi sono rialzata e ho visto come ero conciata ho capito al volo che avrei dovuto ritornare sui miei passi e lasciar andare quell’autobus che, correndo, avevo cercato di prendere. Avevo bucato i pantaloni – quasi nuovi, ovviamente – sfracellandomi un ginocchio e l’altra mano gocciolava sangue scuro. Il pc, però, era salvo: quello almeno non avrei dovuto rifonderlo alla ditta! Non vi dico il dolore che ho provato solo  per lavarmi le mani e vi risparmio la disinfezione e il resto, perché non amo le scene cruente; però ho dovuto stendermi per non cadere a terra quando sono diventata terrea in volto e la vista mi si è offuscata: insomma, un macello! Erano anni che non mi capitava di fare ruzzoloni così rovinosi e, per quanto io sia convinta che è importante, in tutto l’arco della vita, rimanere un po’ bambini, vi confesso che di questo tuffo nell’infanzia avrei fatto volentieri a meno!

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giovedì, 12 ottobre 2006

Ieri sabbia scura e finissima, soffice al tatto e oggi invece sabbia di un caldo colore dorato dai granelli grossi, quasi piccoli sassolini:quant’era diversa! Il sole invece era sempre uguale, ancora rovente nel meriggio di quel magnifico inizio di ottobre. Distesa pigramente sul grande asciugamano giallo, gli occhi chiusi, E. si godeva il suo calore e insieme si riempiva le narici di quell’intenso profumo di mare che su di lei aveva sempre il  magico effetto di farla sentire “a casa”.

Nella mente le si affacciò il pensiero che, senza nulla togliere agli altri sensi, l’olfatto era per lei forse quello più importante, quello che le faceva da ponte verso luoghi e fatti attraverso i quali era passata. Ogni città, ogni posto in cui era stata era per lei associato ad un odore, non necessariamente caratteristico del luogo, ma semplicemente quello che  le era capitato di cogliere passando per le strade,  magari solo perché la signora del primo piano proprio in quel momento aveva sfornato una torta. E così era per i momenti trascorsi, le persone incontrate... e il suo olfatto aveva una memoria di ferro: l’acqua di colonia era sua madre quand’era giovane, l’odore di umido e stantio era la cantina della casa della nonna dove da bambini giocavano a nascondino e c’era l’odore dell’asilo, quello tutto particolare di una minestra di fagioli che aveva risentito di recente e ci aveva impiegato meno di un attimo a riconoscerlo. A volte l’esercizio mnemonico era più difficile e ci voleva qualche ora o qualche giorno per ricordare, finché ad un tratto il viso le si illuminava di gioia al riaffacciarsi del ricordo di posti e avvenimenti solo in apparenza dimenticati. Ma il mare no, il mare era sempre lo stesso e sempre amico, nonostante il suo odore mutevole.. anche quando il suo profumo diventava puzza di salsedine, forte e quasi rivoltante, il mare era lo stesso e amico in ogni luogo: lungo le banchine dei porti, sugli scogli sferzati dalle onde e nelle baie tranquille di sabbia scura, bianca o dorata. Si alzò d’un tratto e prese a correre verso la riva sorridendo in mezzo agli spruzzi e alla schiuma delle onde, come sempre richiamo irresistibile per tuffi e capriole.

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martedì, 26 settembre 2006

Negli ultimi giorni, in ufficio, aveva fatto fatica a trattenersi.. a non spazientirsi e cominciare ad inveire contro quei colleghi che le dedicavano il loro tempo a spizzico e portavano avanti il lavoro a ritmi da lumaca. Più volte era stata sul punto di prendere in mano la cornetta e chiamare il capo, per richiamare la sua attenzione su taluni progetti urgenti che non gli erano ancora stati presentati perchè gli altri si cincischiavano, non facevano che apportarvi modifiche per lo più irrilevanti, invece di discuterne e ottenere la sua approvazione o indicazioni di massima. Ma non ne era stata capace, non era il suo stile, questo. Il fatto era che gli altri dovevano ancora ingranare, non avevano ancora smaltito il rientro dalle ferie e affrontavano con ritmi sonnacchiosi, senza alcuna fretta e spesso in maniera inconcluente, gli impegni ogni giorno più fitti e pressanti che la ripresa imponeva. Lei, invece, era stanca e stremata perché come sempre aveva lavorato tutta l’estate senza una pausa e non vedeva l’ora di definire le ultime questioni, di dare alle ragazze le disposizioni del caso e di salutare tutti per un mese. Beh, proprio un mese intero non se lo poteva permettere, ma un paio di settimane di quiete e relax le erano più che necessarie. Avrebbe fatto uno dei suoi soliti viaggi: volo, qualche giorno per visitare la città e poi via, in macchina, a riempirsi gli occhi di cielo e di silenzi. Fosse al mare, in campagna o in mezzo alle montagne, per lei non faceva differenza alcuna: quello che andava cercando erano piccoli centri tranquilli dai ritmi lenti, lontano dalle strade trafficate e dalle belve che le percorrono in scatole lucenti e colorate che schizzano rombando. Silenzio, per tornare a sentire i sussurri del vento tra le fronde, cinguettii e fischi di uccelli e il fragore dell’acqua sulle rocce. Silenzio, per chiudere gli occhi e assaporare fino in fondo il profumo della terra, fatto di mille profumi colorati, e quello del mare, aspro e bagnato. Un piccolo alberghetto di campagna dove una piccola donna bruna e affabile l’avrebbe investita di un fiume di parole per lei quasi incomprensibili, ma non prive di senso.. ché la cordialità la percepisci a pelle, non servono discorsi. Arance profumate e dolci ancora tiepidi di forno l’avrebbero coccolata al mattino, strappandole un sorriso. Avrebbe bighellonato scegliendo giorno dopo giorno la meta, secondo l’ispirazione del momento o spinta dal vento, ma soprattutto si sarebbe riappropriata della propria vita, per un po’. Questo sognava mentre, finito quel che era riuscita a finire e lasciato il resto a chi rimaneva, si allontanava a passi svelti dall’ufficio, la mente già in vacanza: anche il suo momento di pausa, alla fine, era arrivato!

Vado in vacanza anch'io, finalmente: vi saluto e vi abbraccio tutti e ci sentiamo al mio ritorno, M.  

 

 

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giovedì, 21 settembre 2006

La nostra è una famiglia ben strana, me ne rendo conto.. di quelle talmente fuori dal normale da risultare inconcepibile. Sabato pomeriggio ero al supermercato con M., come sempre a caccia di una nuova macchinina. Ad un tratto mi sento strattonare per la gonna e lo sento esclamare a voce alta: “Là, guarda... ecco i giochi”. Mi sono girata, ma non ho visto niente.. solo biscotti e merendine di ogni sorta. Lui però mi ha preso per mano e mi ha trascinato in fondo, vicino alle casse, dove una donna, in piedi accanto a una pila di vasi enormi di Nutella, offriva in regalo un giochino a chi ne comprava nonsoquanti. Già il giorno prima avevo fatto fatica a trattenermi quando passando lì vicino l’avevo sentita sentenziare, rispondendo all’osservazione di una cliente, che non esiste nessuno a cui non piaccia. “No, M., non te lo compro, sarebbero soldi buttati: lo sai che a nessuno di noi piace la Nutella e i vasi, dopo mesi, finiscono sempre nella pattumiera!”  A quella frase non solo la commessa, ma tutte le persone a portata di voce si sono girate verso di noi guardandomi con un misto di dubbio (abbiamo sentito bene?), incredulità (non può essere!) e riprovazione (ma ti rendi conto di quali sciocchezza hai detto? .. e a un bimbetto, poi!).  E mentre con risolutezza trascinavo M. dall’altra parte del negozio, in cerca delle sue benedette macchinine, ho sentito da lontano qualche commento. Sono bravissima a non scompormi e a non dare alcuna soddisfazione a chi, in situazioni come queste, si aspetta di vedere in me almeno un accenno di smarrimento o una replica timida o infastidita. A volte lo faccio di proposito.. mi diverte.. ma in questo caso ho semplicemente detto la stranissima verità.. svelato questo terribile difetto che affligge la mia famiglia da tre generazioni e che ci ha reso oltremodo difficile collezionare i bicchieri con i vari personaggi dei fumetti in cui per anni – e forse ancora adesso- hanno venduto la Nutella. Da noi va forte la cioccolata, soprattutto quella fondente: alla contaminazione preferiamo la purezza dei sapori!:))

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giovedì, 15 giugno 2006

Tu dici di vivere il momento, però porti dentro di te tanto del tuo passato da non riuscire ad abbandonarti completamente alle emozioni e ai sentimenti. Hai paura di ritrovarti ancora una volta in situazioni che ti hanno fatto soffrire troppo o in cui tu hai fatto soffrire troppo qualcuno e non ti rendi conto (o fai finta..) di quanto oggi ti tolgano le tue paure di ieri e del domani.

 

Io del passato mi porto dietro solo quel po’ di esperienza che mi viene dall’aver vissuto tutti questi anni.. gioia e dolore ne ho avuto e dato anch’io, come tutti, ma non ci sono fantasmi che possano impedirmi di vivere senza riserve i miei giorni e le persone. So che domani la fortuna potrebbe cambiare, ma adesso non ci penso.. lo farò domani.

 

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sabato, 03 giugno 2006

Si avvicinava l’ora di pranzo e, come sempre, Luisa stava iniziando a chiedersi se sua figlia quel giorno fosse andata o meno a scuola. Quella ragazza ribelle era una spina nel fianco, un dolore continuo e una preoccupazione incessante, ma non serviva affrontarla di petto: la sua reazione sarebbe stata certamente violenta e provocatoria, peggiorando la situazione. Bisognava invece aver tanta pazienza e seguirla a distanza, lasciandola fare, sperando che da sola, e auspicabilmente in un tempo abbastanza breve, assumesse comportamenti più ragionevoli.

Come di consueto le telefonò a casa senza ricevere risposta...accadeva spesso e faceva parte del gioco. Oggi però era più inquieta, non avrebbe saputo dire perché...riprovò diverse volte a chiamare, invano, anche sul cellulare, che però stranamente era sempre spento. A metà pomeriggio ricevette una telefonata dai genitori di P. , l’amica con cui in quei mesi sua figlia passava gran parte del suo tempo, preoccupati perché non era rientrata dopo la scuola e, anche lei, non era raggiungibile al cellulare.  Iniziarono a chiamare qualche amico comune, per vedere se aveva visto le ragazze o sapeva dove fossero, ma nessuno sapeva niente di loro o, per qualche motivo, taceva.  Sembrava fossero sparite e questo mise ben presto in agitazione di genitori di P.; Luisa invece, nell’impossibilità di fare qualcosa, se non aspettare che le ragazze si facessero vive in qualche modo, cercava di controllare l’inquietudine. Dopo l’ufficio, come aveva promesso, passò a casa di P. per fare il punto della situazione con i suoi genitori e vedere il da farsi. Fu mentre era lì che le arrivò un sms di sua figlia, che diceva di non preoccuparsi, che stavano bene  ..e questo fu tutto, perché ovviamente non fu possibile parlarle, in quanto aveva subito spento nuovamente il cellulare. Fu chiaro che se n’erano andate di loro volontà, chissà dove e perché.. e se quel messaggio per certi versi li aveva rassicurati, per altri li aveva caricati di mille altre preoccupazioni: erano due ragazzine di soli sedici anni, mai state via da casa da sole prima di allora .. possibile che non si rendessero conto dei pericoli a cui potevano andare incontro? Se n’erano andate solo con gli zainetti di scuola, per non dare nell’occhio, e chissà se ci avevano messo dentro qualche maglia in più: era ottobre e specie di sera cominciava a far freddo... ma magari erano ancora in città, a casa di qualche amico che poteva ospitarle per un poco.  La madre di P. andò a controllare e disse che sua figlia aveva preso dei soldi, circa 200 euro, che lei teneva nascosti in camera. Discussero a lungo il da farsi e di comune accordo decisero di continuare a sentire tutte le persone, soprattutto gli amici delle ragazze, che forse potevano dar loro qualche indicazione, aspettando il mattino successivo per sporgere la denuncia della loro scomparsa.

Luisa tornò a casa col cuore in subbuglio e subito prese a cercare in camera di sua figlia finché trovò una rubrica con i numeri di telefono di altri amici e iniziò una serie infinita di inutili telefonate: alcuni ragazzi sembravano dispiaciuti e preoccupati a loro volta, ma nessuno sapeva dire dove potevano essere finite le due fuggiasche. Poi, erano ormai quasi le dieci, arrivò a lei una telefonata: era un ragazzo di Roma, a lei sconosciuto, che chiedeva notizie di sua figlia, preoccupato perché lo aveva chiamato nel pomeriggio dicendogli che voleva venire da lui, ma – siccome lui non era in grado di ospitarla – l’aveva salutato chiudendo subito il cellulare. Si erano conosciuti in chat, e mai visti finora.. ma non seppe dirle da dove avesse chiamato la ragazza. Luisa lo ringraziò pregandolo di richiamarla, a qualsiasi ora, se avesse saputo qualcosa.. e lei avrebbe fatto altrettanto. Dentro di lei l’ansia cresceva.. due ragazzine sole in treno o in qualche stazione, a quell’ora di notte, chissà quali brutte avventure avrebbero corso. Mandò un sms a sua figlia, per rassicurarla e darle la buona notte, ma anche per dirle che dovevano farsi vive al più presto, altrimenti avrebbero dovuto avvisare la polizia. La tensione, in lei, era ormai alle stelle quando arrivò un’altra telefonata dell’amico di prima, che questa volta le disse da dove era giunta la chiamata di sua figlia e le diede altri particolari, perché era molto in ansia anche lui e voleva collaborare. Pensò che era un bravo ragazzo, gli era grata per le indicazioni che avrebbero potuto essere preziose per orientare le ricerche. Avvisò i genitori di P. e cercò di fare qualcosa per far passare il tempo, ma non riusciva a combinare niente, il pensiero fisso a sua figlia, passando una notte d’incubo. Finché, di prima mattina, una telefonata le restituì la vita: era un altro ragazzo, anche questi un amico di chat di sua figlia, che le diceva che lei e P. erano a casa sua, sane e salve. Gli erano capitate lì, senza preavviso, in piena notte e non se l’era sentita di lasciarle sulla strada, ma voleva che anche lei lo sapesse e le chiedeva il permesso di poterle ospitare ancora per qualche giorno.  L’avrebbe abbracciato e baciato, se avesse potuto.. lo ringraziò, invece, con le lacrime agli occhi per la gioia.. e la voce di sua figlia al telefono le sembrò musica.

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